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RIPARTIAMO DAI SOGNI, RIPARTIAMO DAL 25 APRILE

aprile 24, 2010

Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile immaginare che una ricorrenza, una festa così fondamentale come il 25 aprile venisse messa in discussione; che qualcuno cercasse di ridimensionarla, di svilirne il significato, di offenderla, di metterla in soffitta come il centrodestra Berlusconiano-leghista sta cercando di fare, a volte in modo subdolo, altre volte in modo più palese e sfacciato, da un po’ di tempo a questa parte.

L’Italia sta vivendo una situazione di deficit di democrazia, con il tentativo da parte di qualcuno di imporre al nostro Paese  una concezione della società basata sull’appiattimento della cultura e delle coscienze. Si tratta di una vera e propria operazione di demolizione del tessuto sociale, attuata mediante l’eliminazione in profondità di tutti i punti di riferimento morali e culturali che storicamente ne hanno costituito il fondamento. E’ una strategia perversa, che passa anche per la rimozione delle verità storiche, e la loro sostituzione con altre più “comode” per il potere. Anche vicino a noi, anche a Brugherio si sta facendo avanti qualcuno che cerca di falsificare la memoria, di vendere ai cittadini la menzogna che è necessario rivedere la storia della Resistenza e dell’antifascismo, in un ottica di “pacificazione nazionale” e di “riconciliazione fra le parti”.

Come cittadini viviamo ogni giorno sulla nostra pelle tutti i problemi e tutte le contraddizioni espresse dalla  realtà italiana, e la degenerazione di una certa classe politica che non riesce più a fornire risposte al passo coi tempi, specialmente alla parte più debole della società. La tentazione, per molti, è quella di rifugiarsi nell’individualismo, abbandonando, per stanchezza o sfiducia, quei sogni, quegli ideali e quei simboli (come il 25 aprile e ciò che esso rappresenta) che hanno costituito il bagaglio con cui la nostra Nazione ha attraversato il dopoguerra fino ad oggi.

Gli italiani liberi e democratici non possono permettere che ciò avvenga. Ne andrebbe compromessa una parte importante di quello che noi siamo come Popolo.

Ma cosa possiamo fare allora, per assecondare il desiderio, comune a molti e sempre più pressante e vivo, di contribuire, per quel che è nelle possibilità di ciascuno, al miglioramento della qualità della vita nostra e di chi vive accanto a noi? 

Dobbiamo partire, anzi ripartire, dai principi, dai diritti, dalle tutele, dai valori. Dobbiamo ripartire dai sogni. Ecco perché è così importante il 25 aprile. Perché esso rappresenta proprio questi diritti, queste tutele, questi valori; quelli più alti e nobili che ci provengono dalla Resistenza, e dalla traduzione di quest’ultima in forma giuridica: la Costituzione della Repubblica, che è la sponda solida da cui avviare il rinnovamento e la rinascita. L’Italia possiede una bellissima Costituzione, che è stata scritta a seguito di un lungo processo di condivisione e di dibattito, a cui hanno partecipato centinaia di uomini politici ed intellettuali, appartenenti a tutte le aree dell’antifascismo, dai liberali, ai cattolici, alla sinistra, che più di 60 anni fa hanno dato vita ad un grande processo democratico, il quale ha portato al completamento di un documento moderno, di ampio respiro, figlio della guerra di liberazione combattuta dai nostri partigiani, fondato su grandi valori e grandi ideali, comprensibile, concreto, flessibile ed allo stesso tempo saldo. E questo documento va difeso; ne va del nostro bene. Come cittadini dobbiamo pretendere che venga data piena applicazione ai dettati costituzionali, ed abbiamo il dovere, altrettanto importante, di difendere questi ultimi dagli attacchi di chi, in nome di una falsa modernizzazione, li vuole modificare peggiorandoli, asservendoli agli interessi di un ceto politico-economico che ha come unica finalità il mantenimento del potere e l’accrescimento dei propri privilegi. Infine, abbiamo la responsabilità di tramandare alle nuove generazioni i valori dell’antifascismo, della libertà, della democrazia, della solidarietà fra i popoli e le persone, che della Carta Costituzionale costituiscono il fondamento. Questi compiti possono però essere attesi solo se noi per primi facciamo nostri questi valori e li applichiamo nella vita di tutti i giorni.

Se, a cominciare dai piccoli gesti, ci adoperiamo in difesa delle verità storiche, per dimostrare che non è vero che la gente “vuole dimenticare la guerra di liberazione”, che non è vero che considera “i caduti di guerra tutti uguali, indipendentemente dalla parte per cui erano schierati”.

La gente non vuole dimenticare. Se lo fa, è solo perché qualcuno le offusca la memoria con bugie e falsi valori, appiattendone il pensiero e confondendone le informazioni.

Ciò è tanto più vero se pensiamo alle giovani generazioni, quelle che magari non hanno neanche più un nonno che possa raccontare quanto terribile sia stata la dittatura fascista; in questo caso diventa molto semplice cambiare la storia: basta non parlarne affatto, magari accompagnando tale silenzio con una rettifica ad arte dei testi  scolastici. A tutto questo dobbiamo opporci. I giovani costituiscono un patrimonio che non dobbiamo sprecare, se non vogliamo macchiarci di una colpa veramente grave. A loro, che erediteranno il compito di governare questo Paese, deve essere chiaro da dove arriviamo e chi sono gli uomini e le donne che hanno fatto in modo che oggi loro possano liberamente esprimere il proprio pensiero e vivere in un Italia libera.

E’ la storia che ci narra questi fatti. Ed essa ci dice che, durante la guerra di liberazione, c’era una parte giusta, quella dei partigiani, che combatteva per la libertà dei popoli, ed una sbagliata, quella dei repubblichini, che combatteva per gli oppressori, ed in loro nome operava i peggiori crimini. La pietà umana deve essere concessa a tutti i caduti; il rispetto, l’onore e la pietà storica devono essere concessi solo a chi stava dalla parte giusta.

Questi concetti e questi valori devono essere alla base del pensiero politico di ciascuna persona che si professi antifascista, e rinunciare ad essi significherebbe rinunciare alla nostra identità di antifascisti, quindi di democratici, perché non c’è democrazia senza antifascismo.

In un clima di menzogne diffuse a getto continuo da tutti i mezzi di comunicazione, è sicuramente più difficile avere la fermezza e il coraggio di mantenersi saldi e continuare a riaffermare i valori veri e la verità della storia.

Ma è l’unico modo per non perdere la nostra identità e continuare a dare una speranza ai cittadini di poter vivere in un Paese che li garantisca.

Abbiamo gli strumenti e il patrimonio di idee per vincere questa sfida. Non sarà facile, ma è nostro dovere andare avanti. Chi rinuncia alla sfida, e sceglie la mediocrità della banalizzazione, ha già perso, e ha già consegnato la società nelle mani di chi vuole che la gente dimentichi. Non lasciamoglielo fare.

Ora e sempre, Resistenza!

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3 commenti leave one →
  1. fulvio permalink
    maggio 2, 2010 3:08 am

    Esatto! Non bisogna mai mollare, e dare fiducia ai giovani, informandoli adeguatamente, per i pochi anni in cui potranno ancora testimoniare direttamente i sopravvissuti dei Campi di Sterminio, e per i tanti anni a seguire, allorquando saranno i semplici Cittadini che, innamorati della Costituzione Repubblicana, dovranno agire sullo stesso solco tracciato dai nostri Partigiani, per attuare la NUOVA RESISTENZA contro l’attacco dei Reazionari che hanno ripreso voce in Italia. Ecco perchè il Futuro della Nostra Libertà e della Nostra Democrazia dipenderà da quanto avremo saputo ereditare dai nostri Partigiani, ed in egual misura, saputo trasmettere ai nostri Giovani!!! W L’ITALIA ANTIFASCISTA!!!

  2. Davide permalink
    maggio 24, 2010 9:49 am

    Leggo questo post solo ora e pure per sbaglio…bello il riferimento agli alleati, soldati poco più che ventenni hanno mollato tutto (per scelta) e si sono fatti paracadutare in sicilia o sbarcati ad anzio per farsi massacrare (il cimitero ad anzio lo conoscete?) in un paese di cui nemmeno ne conoscevano l’esistenza. Se non fosse stato per loro, non saremmo qui a parlare di democrazia o altro, a meno che non siate come quelli che pensano che sono stati i partigiani a liberare l’italia. E meno male che parlate di disinformazione…

    • brugheriofutura permalink*
      agosto 4, 2010 5:04 pm

      L’aveva già detto Gustavo Selva nel 2008: il 25 aprile è una festa da abolire, anzi una data da dimenticare, perché “è stata solo motivo di divisione”. Basandosi “sulla retorica e i falsi”, infatti, “è stata attribuita alla Resistenza un merito che non c’è stato”, ossia la cosiddetta “vittoria dei partigiani”. Invece i partigiani “sul piano militare hanno fatto solo dei danni. Per esempio, l’uccisione di un soldato tedesco che stava magari pascolando qualche animale”. Gustavo Selva aggiungeva che sapeva quel che diceva, essendo nativo della provincia di Ravenna.
      Non è chiaro perché i soldati nazisti passassero il tempo a pascolare, e proprio a nella pianura romagnola. Comunque, la pensava diversamente il generale Mac Creery, comandante dell’VIII armata alleata, che il 4 febbraio 1945, ad operazioni militari ancora in corso, appuntò sul petto del partigiano Arrigo Boldrini (“Bulow”) la medaglia d’oro al valor militare, quale riconoscimento dello status di comandante di unità combattente. Il fatto avveniva in piazza Garibaldi a Ravenna, città liberata due mesi prima proprio dalle formazioni partigiane.

      Ma no. A ogni piè sospinto, ormai, ci tocca sentire che l’Italia fu liberata solo dagli americani. L’abbiamo sentito dalla bocca del sindaco di Salerno. A Caravaggio (Bergamo) già da alcuni anni il 25 aprile sfilano i carri armati americani più alcuni motociclisti borchiati, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce. In compenso, si passano sotto silenzio i quattro partigiani caravaggesi catturati e fucilati dai repubblichini nel marzo 1945. L’allegra cerimonia era stata inaugurata, quand’era locale sindaco, dall’attuale Presidente della Provincia di Bergamo Pirovano, che in questi giorni ha dichiarato: “Perché non lo facciamo anche a Bergamo città? Il 25 aprile è triste senza carri armati americani. L’idea è molto apprezzata dalla popolazione. Se lo facessimo anche a Bergamo, parteciperebbero decine di miglia di persone. Purtroppo quest’anno non siamo riusciti a organizzarla in tempo. Per l’anno prossimo ci muoveremo prima”. Siamo sicuri che l’anno prossimo ci sarà una ricerca spasmodica di carri armati della seconda guerra mondiale, possibilmente in buono stato. Tutti i sindaci leghisti della Brianza, ad esempio, faranno carte false per averne uno. Quest’anno non se ne trovavano più, e non hanno avuto tempo di farne fare neanche uno di tolla.

      Sentiamo invece il parere di un partigiano combattente, Giorgio Bocca. “Una ripetutissima critica alla Resistenza: la guerra l’hanno vinta gli inglesi e gli americani. Il contributo della Resistenza è stato minimo. Da qui a dire che i partigiani erano dei banditi o degli avventurieri poco ci corre. Ma stiamo al fatto. La Resistenza italiana è stata la seconda in Europa solo a quella jugoslava. Non era una perfetta macchina da guerra, ma ha occupato stabilmente dalla metà del 1944 all’aprile del 1945 tutte le valli alpine e le zone collinari dell’Italia centrale e settentrionale, costituendovi nell’estate del 1944 quindici repubbliche libere. Nessuno è in grado di misurare sul bilancino quale usura fisica e psicologica abbia procurato agli occupanti tedeschi rendendone insicure le retrovie, costringendoli a rastrellamenti continui. Certamente non ne fu la risolutrice, ma la sua presenza crescente fu un segno di come la guerra sarebbe finita”.

      Noi non siamo particolarmente appassionati di storia militare e non sentiamo particolari attrazioni per le armi. Preconizziamo, come disse il profeta Isaia e ripeté in un memorabile discorso il Presidente Pertini, il giorno in cui le lance saranno trasformate in falci. Ma non crediamo che ci fosse un feticismo delle armi nella canzone partigiana che diceva: “O fucile, vecchio mio compagno / che m’aiuti nel combattimento / e tu vali molto più di un regno / sei la chiave della libertà. / O fucile tu mi sei d’aiuto / del fascismo l’Italia a liberar”.

      Si vuole negare il contributo militare della Resistenza solo perché si vuole esorcizzare lo scatto di dignità che porta alla ribellione consapevole, fino all’assunzione della responsabilità radicale. Quanto ce n’è bisogno oggi! In una lettera, il partigiano di “Giustizia e Libertà” Giorgio Agosti scriveva: “Una volta al secolo, qualcosa di serio e pulito può accadere”. Una volta al secolo? Beh, siamo in un secolo nuovo… Tocca a noi favorire l’evento. Giovanni Pesce, gappista garibaldino, confessò che, durante l’azione clandestina, era arrivato “ai limiti della disperazione”. “Ma”, aggiungeva, “sopravvivevo perché speravo che la lotta un giorno si sarebbe conclusa vittoriosamente”. E nella motivazione con cui nel 1947 gli fu assegnata la medaglia d’oro al valor militare, lo si definiva “inaccessibile allo scoraggiamento”. A chi gli chiedeva cosa avrebbe consigliato a un giovane diciottenne (l’età in cui lui aveva cominciato a combattere) nell’Italia di oggi, rispose: “Gli direi quello che allora hanno detto a me. Di avere fiducia e coltivare la speranza”.

      Di quanta Resistenza, combattuta con armi pacifiche contro un avversario forse più insidioso perché si proclama addirittura “partito dell’amore”, abbiamo bisogno oggi! E quindi, di quanta speranza! Ma, come dice Giovanni Pesce, bisogna “coltivarla”. “Coltivare” richiede un’azione quotidiana. La nostra.

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