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LA BUONA POLITICA, DARE IL MEGLIO DI NOI

maggio 28, 2010

Ultimamente si assiste sempre più spesso, ad una atteggiamento di sfiducia nei confronti delle Istituzioni; lo si è verificato chiaramente nel corso delle ultime consultazioni elettorali, in cui si è evidenziato un nettissimo calo di affluenza.

Questo si inserisce pienamente in una tendenza da parte delle persone a ripiegare sempre più su se stesse, a rivolgersi sempre di più ad una dimensione individuale, piuttosto che ad una basata sullo scambio e sull’interazione, sul confronto e sulla partecipazione.

La repulsione nei confronti della politica è il sintomo di una crisi di quest’ultima, ma ancora di più lo è di una crisi di valori che sta interessando tutta la società.

La gente non vuole lasciarsi coinvolgere. Eccettuate forse le riunioni di condominio (in cui ogni persona esprime il proprio interesse individuale e, troppo spesso, individualista) qualunque tipo di assemblea, dibattito o riunione rischia quasi sempre di andare deserta. Persino l’argomento “ figli” (nel sentire comune non c’è nulla di più importante) non sembra attirare le persone verso una discussione collettiva e una presa di impegno.

La riprova di questo si ha, ad esempio, in occasione delle elezioni degli organismi scolastici, dove non sono presenti partiti o sigle politiche, ma dove i genitori non si recano comunque a votare e la partecipazione e perfino la ricerca di informazioni paiono inversamente proporzionali alla drammaticità e collettività dei problemi. Anche qui viene fuori l’individualismo dilagante; si può tranquillamente affermare, che per quel che riguarda la scuola, più la cosa riguarda pochi (la mia classe, il mio insegnante, mio figlio, etc) più ci si impegna per farsi sentire; man mano che il problema si allarga alla comunità (vedi la scure che si è abbattuta sulle risorse destinate all’istruzione) più la partecipazione latita.

Invece occorre tornare ad avere una visione politica della società.

Il clima di disaffezione nei confronti della politica, sempre più diffuso e generalizzato, trova sicuramente fondamento nelle colpe dei troppi che hanno utilizzato ed utilizzano la politica per i propri interessi personali, riducendo quella che dovrebbe essere l’attività altruistica per eccellenza, in un occasione per arricchire non la comunità, ma il proprio portafoglio; trasformando quello che dovrebbe essere il luogo della dialettica fra le diverse parti interessate al bene comune, nel palcoscenico che ospita esibizioni vuote di contenuti, mosse dal narcisismo dei singoli più che dalle esigenze dei molti.

Sarebbe però un gravissimo errore pensare che tutte le persone che si dedichino alla politica debbano essere annoverate fra quelle che si rendono complici o protagonisti di tale degrado. Così come lo sarebbe ritenere tale degrado come una condizione ineluttabile, incontrovertibile, endemica.

La politica è prima di tutto, un’attività nobile, e rappresenta lo sforzo che le persone svolgono per migliorare il mondo che le circonda. Se il mondo che ci circonda peggiora anziché migliorare, la colpa è del fatto che chi si butta in politica per opportunismo ha troppo spesso il sopravvento su chi vi si dedica per il bene di tutti. Ma questo accade con tanta più facilità quanto più gli onesti vengono lasciati soli o, peggio, accomunati ai disonesti.

Considerare la politica una cosa sporca, negativa, disinteressarsene, sono i più grandi favori che si possano fare a chi sfrutta la cosa pubblica per il proprio tornaconto, perché lo si rende libero di fare ciò che vuole senza che nessuno lo controlli. Non si può illudersi di poter “evitare la politica”, di poter non entrare mai in contatto con essa, perché essa influenza, ed è influenzata da tutti i gesti, piccoli e grandi che compiamo ogni giorno. La politica siamo tutti noi, ed è bello e giusto che sia così. Facciamo politica ogni volta che esponiamo argomentazioni e tesi a sostegno di una nostra idea, ogni volta che cerchiamo di addivenire ad una sintesi in nome del bene comune, ogni volta che non ci tiriamo indietro di fronte alle iniquità e le denunciamo, ogni volta che i nostri valori di democrazia, eguaglianza, solidarietà, ecc, emergono in maniera preponderante rispetto al tornaconto personale o alla comodità dello stare in silenzio, spingendoci a lottare  per difenderli e tutte quelle volte che, con ostinata determinazione, non rinunciamo ad avere un nostro pensiero autonomo e critico rispetto alle cose e non ci spaventa “prendere posizione”. Se vogliamo evitare di subire passivamente le influenze della politica, ed essere noi ad influenzarla, a spingerla nella direzione dell’interesse di tutti, dobbiamo imparare a distinguere fra chi agisce bene e chi agisce male, e fare sentire la nostra voce nei modi che la democrazia ci mette a disposizione, in maniera da dare forza a chi agisce bene, a chi rappresenta le idee in cui crediamo. Ma per fare questo dobbiamo partecipare. L’informazione, la consapevolezza, la partecipazione sono la chiave di tutto.

E se partecipiamo non dobbiamo avere paura di chi si schiera, se la sua appartenenza ad un partito, un movimento, un simbolo, è dettata dalla volontà di servire il bene comune. Né dobbiamo avere paura di schierarci noi stessi, o di avere contrasti con chi la pensa in modo diverso da noi, se siamo convinti dei valori che ci muovono. Non bisogna avere timore di dire dei no di fronte a provvedimenti che riteniamo ingiusti. Dal dissenso costruttivo deriva la crescita di una società, perché dietro e dentro a 100 no sono ospitate altrettante proposte. Chi dice sempre si, chi non esprime opinioni, chi non si lascia coinvolgere, contribuisce a legittimare e consolidare quella stasi che rappresenta l’antitesi di qualunque sviluppo civile, e che tanto piace a quelli che usano il potere e l’autorità per opprimere e per fare affari.

Tiriamo fuori il meglio di noi stessi, e mettiamolo al servizio degli altri. E’ questa la politica che ci piace. Quella che genera vantaggi per tutti.

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