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MANOVRA FASE DUE: LA “TENTAZIONE” DI ABOLIRE L’ARTICOLO 18

gennaio 9, 2012

Il Governo Monti, per bocca di più di uno dei suoi esponenti, ha più volte dichiarato l’intenzione di porre mano allo statuto dei lavoratori, con l’intento di eliminare l’articolo 18.

Anche le ultime affermazioni dello stesso Presidente del Consiglio riferite alla volontà di porre mano ad una riforma del “mercato del lavoro” nell’ambito della seconda fare della manovra economica, lascia intendere che il suddetto articolo sia oggetto delle attenzioni particolari dell’Esecutivo.

Per la cronaca tale articolo, tanto odiato dagli imprenditori di casa nostra, recita:

ART. 18. – Reintegrazione nel posto di lavoro.

Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.

Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l’invalidità a norma del comma precedente. In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all’art. 2121 del codice civile.

Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione. Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.

La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva. Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro. L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata.

Si applicano le disposizioni dell’art. 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile. L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa. Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo camma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Il Presidente del Consiglio, Mario Monti

Che dire? A leggerlo sembra semplice: se lavori bene, anche se per caso non sei d’accordo con il tuo datore di lavoro o “peggio ancora” hai un opinione politica diversa dalla sua o vuoi semplicemente far valere i tuoi diritti, non ti possono licenziare.

Non c’è nulla di spaventoso in quest’articolo dello statuto dei lavoratori, anzi è una norma di civiltà. Una delle poche che ci pone all’avanguardia sul tema del lavoro, e di cui dovremmo, come italiani, andare tutti orgogliosi. E invece, una volta tanto che siamo primi in qualcosa, i nostri politici ci chiedono di adeguarci a Paesi con normative peggiori.

Sembra quasi che in Italia siamo capaci di guardare all’estero solo per importare il peggio, e in questo caso il peggio viene pagato, come al solito, dai lavoratori.

Cambia il governo ma non cambiano le idee di fondo e le strategie di comunicazione per farle digerire ai cittadini. Monti, come già Berlusconi, vorrebbe farci passare per progresso quello che in realtà è una vera è propria regressione. I lavoratori ci hanno messo anni a conquistare il loro statuto ed ora in nome del liberismo più sfrenato (che qualcuno ancora chiama modernità dei tempi) si vorrebbe farli tornare  indietro di un secolo a quando ancora il datore di lavoro si chiamava “PADRONE” e il salariato era solo una risorsa senza diritti.

Ecco che cos’è il “Totem”  Art. 18.  Così lo ha definito la neo ministra Fornero che ha appena annunciato di voler aprire un tavolo sulla questione perché cosi, a suo dire, si risolverà la peggiore crisi economica degli ultimi 150 anni.

Prima di farci prendere dal vortice della discussione verifichiamo davvero cosa comporterebbe l’annullamento dell’unico articolo che costituisce una vera tutela per il lavoratore/cittadino. Per chiunque abbia a cuore democrazia e lavoro come valori inalienabili è davvero difficile immaginare che quanto sancito dall’art. 18 costituisca non un diritto, ma un privilegio.

Eppure è esattamente quanto sostengono Confindustria, tutto il vecchio Governo Berlusconi, tutto quello attuale e perfino parte del PD. Dicono che si tratta di privilegio perché riguarda solo una fascia di lavoratori (solo quelli che prestano la loro opera in realtà con più di 15 dipendenti) e che questo limita la possibilità degli imprenditori di procedere a nuove assunzioni.
Se poniamo attenzione all’opinione di questi signori, si deduce che secondo loro è preferibile limitare la libertà del lavoratore (eliminando i suoi diritti) piuttosto che limitare quella dell’imprenditore e di CONFINDUSTRIA.

Quando ai lavoratori vengono riconosciuti i loro diritti, essi assumono la piena dignità di cittadini, ed in quanto tali sono liberi di esprimersi e di far valere le proprie opinioni e le proprie rivendicazioni.

Quando però i diritti vengono sottratti, i lavoratori diventano ricattabili, e la minaccia costante del licenziamento facile diventa un sistema per controllare l’opinione pubblica; è lo stesso metodo con cui gli extracomunitari vengono “controllati” per mezzo del permesso di soggiorno.

Si badi bene che nell’attualità le imprese sono già libere di licenziare se un dipendente non ha una condotta consona alle richieste, questa norma serve solo a proteggere da licenziamenti arbitrari, senza giusta causa appunto, mettendo il lavoratore in condizione di potersi difendere davanti ad un giudice.

L’articolo 18, in realtà, rischia di essere solo il primo passo lungo un percorso di sacrifici e riduzione delle tutele ai danni dei lavoratori; ricordiamoci che, in un Paese che ha una media di 3 morti sul lavoro al giorno, la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha avuto il coraggio di dire che le normative sulla sicurezza sul luogo di lavoro costano troppo alle imprese. Questo la dice tutta su dove vogliano andare a parare gli industriali.

Che l’articolo 18 rappresenti un privilegio per pochi è una evidente sciocchezza, e la sua abolizione non farebbe altro che rendere l’Italia un luogo peggiore.

Certo è piuttosto comprensibile che, con sempre più precari, finti autonomi, lavoratori interinali o a progetto, coloro che possiedono un contratto ed un minimo di garanzie vengano considerati dalle masse come privilegiati. Questo è un fenomeno pericoloso, che rischia di generare una guerra tra poveri che scardinerà alle fondamenta la coesione sociale, .che al contrario richiede che tutti i cittadini abbiano gli stessi diritti e nessuno sia discriminato.

La libertà di licenziamento e l’abolizione della contrattazione a livello nazionale significa discriminazione. Significherebbe ridurre i cittadini ad una condizione di simil-schiavi, soggetti sempre di più agli umori del mercato e del datore di lavoro che, con il ricatto dell’occupazione potrebbe indurre il lavoratore ad accettare qualsiasi condizione pur di non perdere il posto. Le lotte dei nostri padri, che hanno determinato l’evoluzione della democrazia e della partecipazione rischiano di finire nell’immondizia insieme alla dignità che solo un lavoro sicuro può dare.

Non è chiaro perché tutto questo accanimento contro l’articolo 18 e in che cosa e in che misura aiuterà la ripresa economica.

Quello che bisognerebbe fare semmai è abolire la legge 30  che ha diffuso il precariato in Italia,  ed estendere i diritti a tutti i lavoratori, anche nelle imprese con meno di 15 dipendenti.

La ricetta per il risanamento passa per la disincentivazione della delocalizzazione, per l’agevolazione delle imprese che assumono donne e giovani, che fanno ricerca e formazione, che producono e commercializzano in modo sostenibile, con riguardo per le persone e per l’ambiente.

La riduzione dei costi di impresa avviene anche attraverso la programmazione oculata e dai servizi efficienti non solo dalla riduzione del costo del personale.

Come diceva Giovanni Agnelli (nonno di Gianni) “se voglio vendere il mio prodotto devo ricordarmi che il consumatore deve essere prima un lavoratore altrimenti il mio prodotto non si vende e la mia impresa chiude.”

Insomma senza lavoro non c’è sviluppo economico né sociale. Non salvaguardare i diritti dei lavoratori significa regredire in termini democrazia.

Forse è proprio questo il fine ultimo di questa proposta di “riforma”, che risulta una evidente forzatura della classe politica tesa a favorire di uno dei poteri forti (CONFINDUSTRIA) richiedendo sacrifici a milioni di lavoratori dipendenti.

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