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ALL’AGENDA DI MONTI DOBBIAMO PREFERIRE L’AGENDA DEL BUON VIVERE

dicembre 20, 2012

Pubblichiamo qui sotto un articolo scritto da Giuseppe De Marzo, dell’Associazione A Sud ed apparso su Il Manifesto di oggi, 20 dicembre 2012. Se volete leggerlo dal sito di A.L.B.A. cliccate qui.

Crediamo che illustri bene la situazione della politica di questi giorni, in un Paese dove la gente,  con le menzogne della nostra classe dirigente, è stata convinta a credere che l’attuale modello di sviluppo ultraliberista sia l’unico possibile e che i sacrifici e le privazioni cui ci costringono i nostri governanti siano inevitabili per garantire la sopravvivenza della nostra società.

Mario Monti

Mario Monti

Noi invece crediamo che esista e sia attuabile un modello di società e di economia che consenta a tutti di vivere bene garantendo equità, salute e rispetto dell’ambiente. Si tratta solo di attuare “l’agenda del buon vivere” di cui ci racconta De Marzo.

Possiamo farlo, se lo vogliamo. Cambiare #sipuò, seguiteci.

L’agenda Monti o la nostra agenda del buon vivere – Giuseppe De Marzo (Il Manifesto)

20/12/2012

Negli ultimi giorni siamo travolti da notizie, facce, percentuali e slogan che rischiano di riportare il dibattito politico nel medioevo, più che nel Novecento. Ovunque ci viene ricordato che la politica economica si deve fondare sulle compatibilità, sul pareggio in bilancio e sul fiscal compact, anche quando questi riducono la democrazia, i diritti e la partecipazione ad aspetti marginali. Ci viene ripetuto che nulla cambierà a prescindere dall’esito del voto. In molti si chiedono quindi che senso abbia votare, o parlare di sovranità. La stessa proposta politica che ha determinato la crisi in Europa e nel mondo ha conquistato l’appoggio anche di chi avrebbe dovuto rappresentare una alternativa.

I dati del Censis offrono invece la fotografia di un paese in cui un terzo della popolazione non ce la fa più; i rapporti Ocse indicano un costante aumento del debito e delle diseguaglianze. A questo si aggiungono le ultime analisi delle agenzie Onu per lo sviluppo e l’ambiente e della Bm, che denunciano la catastrofe ecologica, il fallimento del modello liberista fondato sulla crescita economica e l’immediata necessità di modificare attività produttive e consumi per evitare la catastrofe per il genere umano. In Italia le due grandi crisi del nostro tempo, quella sociale e quella ecologica, sono ignorate dall’agenda politica. Chiunque, a partire dalla propria situazione materiale, provi invece a declinare un ragionamento che tenga insieme le questioni legate alla giustizia sociale ed ambientale viene ignorato o censurato. Come le decine di migliaia di tarantini che lo scorso 15 dicembre hanno attraversato una città martoriata, denunciando una politica economica dannosa e criminale per tutti. Cancellati dai media e dalla politica pur di non guardare in faccia la gravità della situazione causata da un modello di civiltà ormai in crisi ovunque.

Le forze politiche in campo sembrano più preoccupate di “rassicurare” i mercati, le agenzie di rating, le grandi banche. Ma è rimasto qualcuno che voglia ragionare, non rassicurare noi italiani ed italiane? Negli ultimi 20 anni nel nostro paese non vi è stata solo la st«agione del berlusconismo. Sono nate nuove soggettività della politica che in ogni territorio si sono impegnate a difendere democrazia e beni comuni, promuovendo pratiche ed alternative credibili che oggi potrebbero essere utili a tutta la comunità nazionale. Sono stati e sono i movimenti, i comitati, le associazioni, a rappresentare non solo un argine alla crisi della democrazia ma un’lternativa alla crisi delle forme della politica. L’autogoverno, la democrazia partecipata e comunitaria, l’educazione popolare, l’autoformazione, sono alcune delle pratiche diffuse nel nostro paese grazie all’impegno giornaliero di milioni di italiani che costruiscono non solo resistenze ma nuovi metodi e categorie con cui relazionarci e guardare il mondo. Le politiche che propongono si fondano sulla necessità pratica di mettere insieme la giustizia e la sostenibilità ambientale e sociale. Per farlo abbiamo bisogno di una politica industriale ed energetica che garantisca la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica, rispondendo alle esigenze di creare lavoro, difendere i beni comuni e garantire la partecipazione democratica. Non megaprogetti, ma un piano di riassetto del paese e di riconversione industriale. Non privatizzazioni ma ripubblicizzazione dei servizi basici e rafforzamento delle economie locali e comunitarie. Non cacciabombardieri ma risorse per il sociale, scuole e ospedali. Non tasse sui ceti più deboli ma reddito di cittadinanza per chi non trova lavoro; e patrimoniale sulle grandi ricchezze. Non incentivi ad imprese inquinanti ma sostegno all’innovazione ed alla ricerca. Sono alcune delle proposte delle nuove soggettività che costruiscono già l’agenda politica di chi vuole davvero cambiare. Non rassicurano la Bce, né le caste delle vecchie forme della politica, ma incontrerebbero il consenso della maggior parte del paese.

Ignorare quello che i movimenti facevano e dicevano venti anni fa poteva avere un senso per chi fa fatica ad accettare la realtà. Ignorare oggi quello che fanno e propongono le nuove soggettività politiche non è solo delittuoso, vista l’irreversibilità della crisi con queste ricette sbagliate, ma incomprensibile su un piano pratico e scientifico. Il metodo e le proposte delle nuove soggettività sono il cuore pulsante dell’alternativa e rappresentano l’unica risposta in campo per uscire dall’oscurità della lunga notte liberista. Se vogliamo raggiungere il buon vivere e tornare a guardare con speranza e fiducia al futuro, la politica deve ripartire da qui per ribaltare la crisi imposta dal governo del mal vivere.

*associazione A Sud- www.asud.net

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