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ELEZIONI: TUTTI VINCITORI, TUTTI SCONFITTI

marzo 7, 2013

Le elezioni politiche nazionali e regionali lombarde dello scorso 24 e 25 febbraio hanno consegnato un quadro della situazione che dovrebbe far riflettere tutti, soprattutto i dirigenti dei partiti di ogni schieramento.

Eccezion fatta per il Movimento 5 Stelle, tutti i partiti hanno subito una fortissima diminuzione del numero dei voti ricevuti.

Il Pdl ha perso da solo circa 7 milioni di voti rispetto al 2008; il PD ne ha raccolti 3 milioni in meno rispetto alla stessa data, la Lega ha più o meno dimezzato il numero di consensi ricevuti.

Il flop è evidente anche per la Lista di Mario Monti, che raggiunge una percentuale che è poco più della metà di quella attesa (9% contro 16/17% ) per SEL e Rivoluzione Civile. La prima (2,9%) entra in Parlamento solo grazie al premio di maggioranza alla Camera conquistato dalla coalizione con PD, mentre la seconda con circa 800mila consensi raccolti e una percentuale di poco superiore all’1,7% non supera lo sbarramento del 4% e rimane esclusa dall’accesso.

Un dato significativo che emerge dai risultati elettorali è che se si sommano i voti ricevuti dal Movimento 5 Stelle al numero di coloro che si sono astenuti dal votare, si raggiunge una percentuale che supera il 50% degli aventi diritto al voto.

parlamento_italiano

Ciò esprime chiaramente il netto rifiuto dei cittadini nei confronti del sistema dei partiti tradizionali. Il Movimento 5 Stelle esiste ed ha ottenuto tali riscontri a causa delle colpe accumulate nel tempo dai partiti. Se i partiti avessero fatto il loro dovere in questi anni, nessuno avrebbe sentito l’esigenza di votare un movimento come quello di Grillo. Invece sembra che le forze politiche di ogni schieramento ce l’abbiano messa tutta per fargli guadagnare consensi e per creare una situazione così ingarbugliata da non essere più in grado di districarla.

Tanto per cominciare, se, come avrebbero richiesto le regole della democrazia, si fosse andati ad elezioni nel momento in cui Silvio Berlusconi si dimise da Presidente del Consiglio, nel novembre del 2011, lo scenario sarebbe stato diverso.

Il Pdl, la Lega Nord ed i loro leader, schiacciati dagli scandali e dall’operato disastroso ed impopolare del centrodestra a livello nazionale e locale, avrebbero subito un tracollo senza precedenti (i sondaggi davano il Pdl al 9% e la Lega al 4%).

Invece è stato scelto di violare la democrazia e di nominare un Governo “tecnico” (a parole, ma in realtà molto “politico”) capeggiato da Mario Monti, in modo da tranquillizzare i mercati finanziari. Gli interessi dei cittadini sono stati cioè messi da parte, per favorire invece quelli dei banchieri e dei poteri forti, che richiedevano provvedimenti che consolidassero la loro posizione di predominio, togliendo tutele e diritti alle masse, ed imponendo loro politiche di austerità che riversassero sulle spalle di queste ultime i costi della crisi economica.

In questa operazione liberticida il Presidente della Repubblica Napolitano ed il Partito Democratico hanno responsabilità enormi, in quanto se ne sono fatti garanti, il primo assegnando l’incarico di capo dell’esecutivo a Monti anziché mandare gli italiani al voto, ed il secondo appoggiando Super Mario per oltre un anno ed approvando (in un’inedita alleanza con il Pdl e l’UDC) ogni legge che il Governo abbia presentato al Parlamento, dall’abolizione dell’articolo 18, alla riforma delle pensioni che porta le persone a lavorare fino a 70 anni, dall’acquisto dei bombardieri F35 difettosi ai tagli alla scuola e così via.

Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2013 poi, il PD ha pensato che fosse più opportuno identificare i propri avversari nella sinistra di Ingroia e nel movimento di Grillo invece che nella destra del Popolo della Libertà e della Lega Nord e si è inventato (o meglio ha riproposto) il teorema del voto utile. Cioè che gli italiani avrebbero dovuto votare i Democratici (o al limite la loro costola SEL), e snobbare Rivoluzione Civile ed i grillini, per evitare che potesse vincere di nuovo Berlusconi.

Il risultato è che quest’ultimo, legittimato come avversario del centrosinistra, ha iniziato a risalire nei sondaggi. Le continue apparizioni in tv nei mesi precedenti la tornata elettorale, e le solite promesse da piazzista televisivo (questa volta è stato il turno della restituzione dell’IMU e della creazione di 4 milioni di posti di lavoro) hanno fatto il resto. Un personaggio ed un partito che pochi mesi fa rischiavano di sparire dalla scena politica, sono così riusciti a recuperare buona parte dello svantaggio e, complice una pessima legge elettorale (che né centrodestra né centrosinistra, al di là dei proclami a parole, hanno avuto la volontà di cambiare dal 2005 ad oggi) si trovano nelle condizioni di potere ancora influenzare pesantemente l’attività del Parlamento.

All’M5S sono andati in massa le preferenze degli scontenti, che non hanno digerito né il malgoverno berlusconiano, né l’ambiguità del PD, mentre l’unica a pagare gli effetti dell’invito al “voto utile” (oltre che una serie di errori nel modo di comunicare e di porsi nei confronti dell’elettorato) è stata la sinistra, che pure si presentava con un ottimo programma.

Ci ritroviamo quindi con un Paese in condizione di ingovernabilità, con Camera e Senato (sopratutto quest’ultimo, dove non esiste una maggioranza) spaccati fra quattro schieramenti contrapposti (PD-SEL, M5S, Pdl-Lega, Lista Monti).

E’ una situazione che rischia di essere oltremodo dannosa per l’Italia perché, a meno che i 5 Stelle non decidano di votare la fiducia ad un Governo a guida di Pierluigi Bersani (cosa che Grillo ha categoricamente escluso) e riescano ad approvare assieme a quest’ultimo alcuni provvedimenti essenziali per il Paese (nuova legge elettorale, legge anticorruzione, legge contro il conflitto di interesse) e poi indire subito dopo nuove elezioni, si sta delineando una situazione per cui verrà giudicata inevitabile la creazione di una grande coalizione PD-Pdl. In questo caso avremo la stabilità, ma ci scorderemo di quei provvedimenti essenziali citati poco fa ed avremo piena continuità con la gestione di Monti, altri anni di amministrazione in regime di austerità a spese degli italiani, mentre la casta manterrà i suoi privilegi.

Ma la cosa ancora peggiore di questa sarebbe se, per evitare nuove situazioni di stallo post elettorale come quella in cui ci troviamo, invece di fare la cosa più corretta, più giusta e più logica che ci si dovrebbe aspettare dalla classe politica, e cioè modificare la legge elettorale in senso proporzionale, in modo da garantire democraticamente la più completa rappresentatività a tutti i settori del corpo elettorale, i nostri parlamentari decidessero di modificare le Istituzioni nei termini di una riduzione del ruolo e del potere del Parlamento, a vantaggio del Presidente del Consiglio (o eventualmente del Presidente della Repubblica).

Sono anni che da vari ambienti, soprattutto di centrodestra (Berlusconi in testa), ma anche di centrosinistra, si sta cercando di far credere agli italiani che il Paese, per essere efficacemente guidato, necessiti di una figura che racchiuda in se larghi poteri (come se attualmente il Presidente del Consiglio fosse privo di prerogative e di poteri).

Sono stati usati vari termini per denominare queste “forme di governo”: presidenzialismo, semipresidenzialismo, premierato forte etc. Per rafforzare le argomentazioni a favore di queste, sono stati portati esempi come il Presidente della Repubblica in Francia, o il Presidente negli Stati Uniti d’America.

Si tratta solo di tentativi di confondere le idee ai cittadini. La verità è c’è una buona fetta della classe politica italiana che ritiene necessario concentrare l’autorità nelle mani di una persona sola al fine di poter garantire meglio i propri interessi e non dover rendere conto ad una assemblea i cui membri siano rappresentanti del popolo.

Gli Stati che conferiscono molto potere nelle mani di singole figure hanno una struttura istituzionale ed una storia differente dalla nostra, quindi non ha alcun senso fare paragoni approssimativi e fuorvianti.

L’Italia non ha bisogno di un “uomo forte” al comando, sia che esso si chiami Silvio Berlusconi oppure che si chiami Beppe Grillo.

L’Italia ha bisogno di governanti responsabili, che applichino la Costituzione in ogni sua parte, che pongano il bene pubblico e le esigenze dei cittadini al primo posto fra le priorità delle loro azioni; ha bisogno di uscire dalla menzogna della crescita indiscriminata, e di applicare un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale e sulla qualità della vita delle persone; ha bisogno di creare lavoro partendo dalla valorizzazione e dalla cura del patrimonio naturale, storico, culturale, sociale e non di grandi opere che a nulla servono se non ad arricchire chi le costruisce; ha bisogno di combattere la corruzione e la criminalità, di riconvertire in modo pulito il proprio modello energetico, di investire nella scuola e nella ricerca. Ha bisogno di democrazia e partecipazione.

In questo scenario, crediamo che la sinistra, che dalle elezioni esce duramente sconfitta, debba far tesoro dell’esperienza, compiere una seria autocritica e ricostruire se stessa, mettendo assieme valori antichi ed energie nuove, e modi di comunicare e di aggregare nuovi. Perché occorre sapere andare oltre l’indignazione e la protesta.

Perché c’è bisogno di sinistra. Di una nuova. Che sta già nascendo (leggi qui).

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