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E A L’AQUILA DOPO 4 ANNI?

aprile 6, 2013

Confesso che la voglia di scrivere qualcosa sulla mia citta’ a 4 anni dal sisma era davvero poca, forse per quest’anno avrei fatto anch’io come molti amici Aquilani e avrei tenuto la mia bacheca di FB libera da foto e ricordi della mia citta’ come era prima del terremoto , o di come appare adesso a chi va a farle visita.

Non ho voglia, sinceramente di fare il bilancio del ricostruito o del restaurato.

Basti dire che passano gli anni, ma nel Centro Storico poco o nulla si muove.

Piu’ interessante vedere cosa accade alle persone che erano abituate a frequentare, o sarebbe piu’ giusto dire “vivere” quei luoghi.

Si’ , perche’ quella era una citta’ vissuta: ricordo bene le vie e i portici pulsare di umanita’ rumorosa e in movimento, particolarmente nelle ore delle attivita’ commerciali e dello “struscio”: ogni volta che vado, piu’ dei muri rotti e degli intonaci crepati mi colpisce l’assenza di vita e movimento.

Ma come stanno gli Aquilani? Dove vivono, dove si incontrano, cosa pensano?

Difficile penetrare nella loro riservatezza, difficile capire se cio’ che ti raccontano subisce delle limature effettuate con maestria per non angosciare anche te che ti interessi a loro o per una naturale pudicizia o vergogna a parlare di come la politica cialtrona, locale o nazionale, risulti inadatta a risolvere i loro problemi di vita.

A L’Aquila i problemi nazionali che tutti conosciamo risultano amplificati e la politica appare piu’ nuda che altrove: le colpe dei ritardi e della non ricostruzione appaiono ancora maggiori nel tortuoso rimpallo di responsabilita’ fra enti locali, amministrazioni, autorita’ e Stato centrale.

Nessuno dei soggetti coinvolti credo che si possa dire innocente o incolpevole di una situazione che stravolge la vita dei cittadini, abituati ormai a vivere dei non luoghi come siamo abituati del resto a fare in buona parte di questo Paese: quella vita allegra , briosa, vociante che dovrebbe radicarsi nei Corsi, nelle vie e nelle piazze, come succede in Citta’ normali ( Perugia, Siena, Parma ecc), si trasferisce nelle gallerie di centri commerciali che diventano posti per passeggiare ed incontrarsi , per astrarsi dal mondo e rincoglionirsi, circondati da gente che vuole venderti di tutto, dall’olio su tela della miglior produzione cinese, alla replica in argento del rosone di S.M. di Collemaggio.

Non sara’ un caso se in questi ultimi 4 anni e’ aumentato in maniera considerevole l’uso di antidepressivi e se ogni mese, 100 persone in eta’ lavorativa ( dai 30 ai 40 anni) emigra in altri posti cancellandosi dalle liste anagrafiche!

Ma ci si chiede: quanti saranno adesso i cittadini Aquilani?

Credo che a questa domanda non possa rispondere nessuno, ma credo che anche nel caso del Terremoto Aquilano verranno confermate le previsioni dei sociologi che considerano realistico per ogni sisma di notevole entita’ uno spopolamento del 40% del territorio colpito.

Non vuole questo essere un alibi per i politici, che in realta’ dovrebbero mettere le loro competenze, qualora le avessero, per invertire questa “naturale” tendenza, ma il rammarico maggiore e’ sentire persone fino a poco tempo fa orgogliose di aver fatto la scelta di restare, “tosti” come solo gente di montagna riesce ad essere, arrivare a scrivere che probabilmente ha fatto bene chi se ne e’ andato subito dopo il terremoto a ricostruire altrove una vita per se’ e per la propria famiglia.

Ebbene, abbiamo allora un problema in piu’, il piu’ grande e urgente: oltre i muri, le case, le chiese dobbiamo ricostruire la forza e la fiducia di questa gente.

Parlarne forse puo’ essere un punto da cui iniziare. Per questo oggi ho scritto qualcosa.

Francesco Orifici

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One Comment leave one →
  1. Morgana permalink
    aprile 6, 2013 7:23 pm

    Toccante analisi che ci propone aspetti diversi da quelli proposti, in questi giorni, sui giornali e in tv. Per ognuno, la propria citta non è solo un punto sulla carta geografica ma rappresenta il proprio modo di essere, di vivere di concepire le cose. Questo aspetto delle cose, ci insegna che senza storia e senza radici, l’uomo si perde perdendo la possibilità di reslizzare appieno la propria esistenza, perde la possibilità di costruzione di un futuro che gli somigli, anche andando via da quella città. Questo perché non c’è un posto in cui tornare per raccontare e per ritrovarsi. non c’è progetto di vita in una citta in cui tutto è drammaticamente fermo al 6 aprile di 4 anni fa. È vero, la politica non è incolpevole. Anzi! Ha fatto si che le macerie non fossero solo per le strade ma anche dentro ogni cittadino aquilano e sicuramente non ne sta favorendo la rimozione figuriamoci la ricostruzione.

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