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RENZIE’S STORY

febbraio 24, 2014

Venerdì scorso Matteo Renzi ha sciolto la riserva e si è recato al Quirinale con la lista dei ministri del suo Governo.

Rimandiamo l’analisi puntuale della nuova squadra ad un successivo articolo (clicca qui per leggerlo). Per ora ci limitiamo ad evidenziare come non cambia molto rispetto al recente passato: rimangono al loro posto i Ministri del Nuovo Centro Destra: Angelino Alfano (Interni), Beatrice Lorenzin (Salute), Maurizio Lupi (Infrastrutture); mentre altri tre nomi vengono confermati pur cambiando dicastero Andrea Orlando (Giustizia), Dario Franceschini (Cultura) e Graziano Delrio (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).

Per il Ministero dell’Economia per volere di Napolitano, si ricorre ancora una volta ad un tecnico a lui “fedele”: Pier Carlo Padoan, presidente dell’Istat.

Il resto è immagine.

Quello che ci sembra necessario è riassumere il percorso attraverso cui si è arrivati ad avere questo Presidente del Consiglio.

Al di là della la composizione del nuovo esecutivo, la modalità stessa attraverso cui si è arrivati a questo punto è lì a dimostrare come tutti coloro che si erano affidati al Sindaco di Firenze, speranzosi di ottenere grazie a lui un rinnovamento della politica ed uno slancio per il Paese verso l’uscita dalla crisi, rimarranno clamorosamente delusi.

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Tutto l’operato di Renzi appare nel segno della più conservatrice tradizione democristiana, un esempio di comportamento da prima Repubblica, utilizzato dall’uomo che diceva addirittura di voler superare la seconda.

Il piano ha avuto inizio nell’inverno dello scorso anno, quando Matteo ha perso le primarie del centrosinistra per le elezioni del 2013.

In quell’occasione, il vecchio apparato del PD era riuscito a chiamare a raccolta i suoi militanti fedelissimi, e a far prevalere Bersani in quello scontro interno fra due diversi conservatorismi, quello monotono e vecchio stile dell’emiliano ex DS e quello tutto puntato sull’immagine e sul linguaggio giovanilistico (fino a diventare involontariamente ridicolo) dell’ex boy scout toscano.

E allora Renzie si è messo in attesa. Non ha recriminato nulla, ma ha rifiutato di entrare nel “nuovo” gruppo dirigente, sostenendo di volersi dedicare all’amministrazione di Firenze.

E intanto si è riorganizzato. Siamo al febbraio del 2013, ed il risultato delle elezioni gli ha fornito un formidabile aiuto, con una maggioranza al Senato troppo stretta per rendere possibile a Bersani di governare con i soli voti del centrosinistra.

L’apparato PD ci ha messo del suo per perdere autorevolezza perfino nei confronti del suo elettorato più affezionato, rompendo subito con SEL e rinnovando le Larghe Intese con il Pdl anziché provare ad accordarsi con il Movimento 5 Stelle per approvare alcune leggi urgenti (su sostegno al lavoro, abolizione delle Province per riorganizzare la pubblica amministrazione e legge elettorale) e poi tornare al voto.

A questo Renzi ha aggiunto il proprio boicottaggio e, mentre lui da Firenze dichiarava fedeltà al partito, i “suoi” parlamentari le pensavano tutte per mettere i bastoni fra le ruote a Bersani, arrivando a far saltare l’elezione di Prodi a Presidente della Repubblica e costringendo Pigi e tutte le Larghe Intese a ripiegare di nuovo su Giorgio Napolitano.

Fallito il tentativo di Bersani è stata la volta di Enrico Letta, e del suo anno di governo inconcludente, il piena continuità con l’operato di Mario Monti, suo predecessore.

Renzi critica le larghe intese, attacca Letta, attacca il segretario del partito Epifani, sparge demagogia a piene mani. Il centrosinistra è talmente incapace che molte delle critiche risultano perfino azzeccate.

Intanto, fra uno sgambetto e l’altro, il fiorentino arriva a stravincere l’elezione alla carica di segretario, e si siede in via del Nazareno al posto che fu di Epifani; è il dicembre 2013.

“Enrico stai sereno!” dice rivolto al Presidente del Consiglio, perché lui, Matteo, non ha nessuna aspirazione a prendere il suo posto, anzi vuole dargli una mano, perché è al servizio del PD e del Paese.

E infatti dopo due mesi che era a capo del partito, trascorsi a collocare i suoi uomini in tutti i punti chiave dello stesso a ostacolare il lavoro di Letta (come se lui ed il suo Esecutivo non fossero capace di combinare disastri da soli) e a accordarsi con Berlusconi (ad esempio sul testo di una proposta di legge elettorale ancora peggiore del porcellum) è riuscito a spodestarlo con una congiura di partito, tutta risolta nelle stanze della segreteria PD e senza passare per il Parlamento.

Quindi Letta, che a suo dire non era attaccato alla poltrona ma che le ha provate tutte per rimanere in carica (come l’estremo tentativo del “patto di coalizione”) è stato costretto a rassegnare le dimissioni mentre Matteo, che faceva “il tifo per Letta” si è ritrovato a Palazzo Chigi dopo che aveva affermato, solo qualche mese fa, che mai avrebbe accettato di diventare premier senza essere legittimato dalle elezioni. È il PD. Che ci riporta indietro al 1985.

D’altronde il Sindaco sapeva che se voleva dare soddisfazione alle proprie ambizioni di fare il Primo Ministro, doveva cogliere questa occasione, perché arrivare al 2018 con Letta al comando, avrebbe annullato l’effetto delle primarie in termini di entusiasmo nei suoi confronti. I cittadini avrebbero avuto tempo per conoscerlo come segretario e avrebbero avuto modo di sperimentare altri 4 anni di larghe intese e di conseguente austerità imposta dai poteri forti europei: più che sufficiente a far calare enormemente i consensi per entrambi.

In questi giorni c’è poi stata la trattativa con il Nuovo Centro Destra. Scelta Civica e Popolari per l’Italia per la costituzione della nuova squadra di Governo, tutta all’insegno di “innovativi” meccanismi fatti di veti, aut aut, e calcoli sulla base del peso elettorale di ciascuna compagine della coalizione.

Per essere un innovatore Renzi assomiglia sempre di più ad Andreotti e Forlani.

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