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REFERENDUM COSTITUZIONALE 4 DICEMBRE: NOI VOTIAMO NO!

novembre 29, 2016

Il prossimo 4 dicembre gli italiani saranno chiamati alle urne per votare in occasione del referendum costituzionale (clicca qui).

Che cos’è il referendum costituzionale? Si tratta di una consultazione in cui viene chiesto ai cittadini se intendono accettare o rifiutare la modifica alla costituzione approvata dal Parlamento.

Infatti l’art. 138 della Costituzione dice:

“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.”

La riforma voluta dal Governo Renzi non ha ottenuto la maggioranza qualificata e, dal momento che i parlamentari ad essa contrari hanno presentato richiesta (a cui si devono aggiungere le oltre 300.000 firme raccolte e consegnate in Cassazione dal Comitato per il No) il referendum è obbligatorio.

Non si tratta quindi, come Renzi cerca di far credere, di una concessione fatta dal Presidente del Consiglio per fare in modo che i cittadini possano esprimere il proprio parere. Si tratta di un obbligo dovuto al fatto che la legge di riforma costituzionale non ha raccolto il necessario consenso in Parlamento.

Matteo Renzi ha puntato moltissimo su questo referendum, arrivando anche a dichiarare che, se al referendum vincesse il No, cioè se gli italiani decidessero di bocciare la sua riforma costituzionale, si dimetterebbe.

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Questa personalizzazione della consultazione referendaria è scorretta. Il referendum infatti non è uno strumento per esprimere il proprio gradimento sul Governo o sul Presidente del Consiglio; esso è un modo con cui i cittadini devono dire se sono favorevoli o contrari alla nuova Costituzione proposta dalla riforma.

In questo senso i fautori del Sì hanno fatto di tutto per cercare di assicurarsi un vantaggio concependo un quesito referendario “impacchettato”.

Esso infatti costringe l’elettore ad esprimere, con un solo voto, la propria adesione o il proprio dissenso sulla totalità delle modifiche, anche nel caso in cui fosse favorevole solo a parte di esse. In questo modo si cerca di forzare la mano a chi vota, mentre le regole democratiche imporrebbero che, per una questione così complessa come la riforma della Carta Costituzionale, venissero previsti diversi quesiti a seconda delle varie parti che si propone di modificare.

Il motivo per cui il Governo, che è il vero promotore della riforma (mentre dovrebbe essere il Parlamento) ha scelto la strada del quesito unico è che in questo modo ha potuto confondere l’elettorato con una propaganda piena di falsità senza entrare nel merito del contenuto della legge.

Il Governo sperava che i cittadini non si ponessero la seguente domanda: è veramente necessario modificare o meglio stravolgere la nostra Costituzione? Che vantaggio porta al Paese questo stravolgimento? Secondo noi la risposta alla prima domanda è no, non è assolutamente necessario. La risposta alla seconda domanda invece è che non porta nessun beneficio.

Tutta la campagna referendaria del Sì è basata su alcune generiche oltre che false affermazioni, secondo cui la riforma è indispensabile per cambiare l’Italia e renderla più moderna e allineata agli altri Stati europei, per snellire la burocrazia, per approvare le leggi più rapidamente, per abolire il Senato riducendo i costi della politica.

In realtà, nessuna di queste cose è vera.

In primo luogo, l’attuale Costituzione è universalmente riconosciuta come una delle più avanzate del mondo. Basterebbe applicarla appieno e l’Italia sarebbe già così un Paese migliore e più moderno.

Le variazioni previste dalla riforma Renzi-Boschi vanno nella direzione esattamente opposta: complicano le regole, riducono la Democrazia, accentrano il potere nelle mani dell’esecutivo e non riducono le spese pubbliche.

Tanto per cominciare il Senato non viene abolito; semplicemente non verrà più eletto dai cittadini.

 

I 95 senatori presi dagli enti territoriali non saranno pagati come parlamentari, ma non dovranno dimettersi dalla loro funzione di consigliere regionale o di sindaco, e continueranno a svolgerla part-time; questo influirà negativamente sull’efficienza del loro operato che, tanto in Senato, quanto nel loro territorio di proveniente, richiederebbe un impegno a tempo pieno. Minore efficienza significa maggiori costi per i cittadini (ben più dello 0,064% che è il peso dell’attuale Senato sul bilancio dello Stato).

 

Il bicameralismo paritario (a proposito, avete notato che, da quando è iniziata la propaganda referendaria del Sì, i mass media hanno cessato di utilizzare il termine bicameralismo perfetto in uso fino a poco tempo fa? Forse perché temono che il termine perfetto venga associato ad un significato positivo e possa condizionare gli elettori?) non esiste solo in Italia, come sostengono i fautori del Sì.

 

Al contrario, esso è molto diffuso nelle democrazie occidentali, e non solo (Stati Uniti, India, Francia, Canada, Australia e Brasile solo per citarne alcuni).

 

Inoltre, non è affatto vero che tale sistema rallenta l’attività di legiferazione.

 

Se confrontiamo le leggi approvate in varie Nazioni europee nel periodo 1997 – 2011 (fonte: Camera dei Deputati), si osserva che l’Italia non è affatto indietro rispetto agli altri agli altri come numero di leggi approvate.

 

Germania 2153 leggi approvate;

Italia 1894 leggi approvate;

Francia 1385 leggi approvate;

Spagna 700 leggi approvate;

Regno Unito 630 leggi approvate.

 

Il bicameralismo perfetto, o paritario ha lo scopo di evitare che il potere venga concentrato nelle mani di pochi e che le leggi vengano approvate senza ponderazione (e quindi creino problemi una volta entrate in vigore).

 

La riforma di Renzi invece, ha lo scopo di accentrare il potere nelle mani del Presidente del Consiglio inserendo nel testo costituzionale una serie di cattive pratiche utilizzate spesso negli ultimi anni e che hanno l’effetto di ridurre le Camere ad un ruolo subalterno nei confronti dell’Esecutivo.

 

Sono ormai vent’anni infatti, che, per colpa di cattivi comportamenti della classe politica, Camera e Senato (eletti dal popolo) sono ridotte ad un ruolo marginale dall’abuso dei decreti d’urgenza emessi dal Governo, dall’uso continuo e strumentale della fiducia, dal contingentamento dei tempi di discussione.

 

Il Parlamento, che dovrebbe essere il luogo di rappresentanza, di confronto e di mediazione di interessi reali è ridotto a sede di ratifica di decisioni prese dall’Esecutivo.

 

Anche le Regioni verranno ridimensionate nelle loro prerogative. La riforma prevede infatti una nuova ripartizione delle materie di competenza, rispettivamente, dello Stato o delle Regioni ordinarie, e reintroduce una clausola di supremazia statale. Ulteriore conferma dell’impostazione verticistica che questa modifica costituzionale vuole imporre allo Stato.

 

Incomprensibilmente nulla cambia, invece, per le Regioni a Statuto speciale, che mantengono intatti i propri privilegi.

 

A questo si aggiunge una pessima legge elettorale vigente (il cosiddetto porcellum, giudicata anticostituzionale dalla Consulta) ed una altrettanto brutta ideata da Renzi (l’italicum) che consentono anche ad una minoranza di governare grazie a meccanismi che premiano con molti seggi in Parlamento il partito che ha ottenuto più voti, anche se quest’ultimo non rappresenta la maggioranza degli elettori.

 

Il problema quindi, non è la Costituzione, ma la classe politica italiana. Per risolvere tale problema non serve stravolgere la Costituzione.

 

E’ necessario piuttosto che i cittadini il 4 dicembre la difendano votando No al referendum e, successivamente a quella data, ritornino a partecipare attivamente alla vita pubblica del Paese, riprendendo la Politica nelle proprie mani e mandando a casa questa classe dirigente incapace e serva dei Poteri Forti.

 

NOI, IL 4 DICEMBRE, VOTIAMO NO!

 

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