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IL POST-RENZI E’ UGUALE A RENZI

gennaio 9, 2017

Premesso che sappiamo benissimo che la Costituzione italiana (che abbiamo appena difeso dallo stravolgimento votando No al referendum) non prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio da parte del popolo e quindi, né il nuovo capo del Governo Gentiloni, né i tre che lo hanno preceduto (Renzi, Letta e Monti) nominati dal Presidente della Repubblica senza che vi fossero elezioni, sono da considerarsi illegittimi.

paolo_gentiloni

Paolo Gentiloni

Premesso inoltre che sappiamo benissimo che non esiste alcuna norma che obbligasse Renzi a dimettersi dalla carica di Capo del Governo a seguito della sconfitta da lui subita in occasione del referendum, o Mattarella ad indire nuove elezioni.

Tutto ciò premesso, non possiamo fare a meno di esporre alcune considerazioni per analizzare questo mese di post referendum dal punto di vista politico.

Infatti, non tutto quello che è consentito dalla legge, risulta poi opportuno o corretto dal punto di vista politico, nell’interesse del Paese e della collettività.

Partiamo da un dato di fatto oggettivo: Matteo Renzi ha puntato tutta la propria attività di Governo sulle riforme. Quando si è insediato in carica e si è presentato in parlamento per la fiducia, lo ha fatto annunciando espressamente che il suo sarebbe stato il Governo delle riforme, che avrebbe rottamato il vecchio per costruire l’Italia 2.0.

Il fulcro di tutto questo fervore riformista avrebbe dovuto essere la modifica della Costituzione, che così poco piace alla finanza internazionale, vero punto di riferimento e di ispirazione del Partito Democratico.

Il Parlamento però, non gli ha assicurato la maggioranza qualificata (due terzi dei parlamentari sia alla Camera che al Senato) che avrebbe consentito alla riforma della Carta di entrare in vigore immediatamente; di conseguenza si è resa obbligatoria l’indizione del referendum confermativo.

E Renzi ha puntato la campagna referendaria su una fortissima personalizzazione. Per propria univoca scelta, ha fatto diventare la consultazione un referendum sul suo operato, più che sul testo della riforma.

In conseguenza di ciò, il risultato del referendum ha decretato la sonora ed inequivocabile sconfitta dell’intera linea politica renziana.

L’Italia, con quel No ha respinto la “riforma delle riforme”, dichiarando la propria profonda insoddisfazione per l’operato del Governo e decretandone il fallimento fin dalle fondamenta.

E’ per questo che le dimissioni di Renzi da capo dell’esecutivo, seppur non obbligatorie per legge, erano un atto dovuto dal punto di vista politico. E ancora di più lo sarebbero state quelle da Segretario del Partito Democratico, dal momento che un leader che porta il proprio partito ad una batosta del genere, dal giorno seguente non può pretendere di rimanere a dettarne la linea come se nulla fosse.

Invece, al di là delle dichiarazioni strappalacrime allo zucchero e miele che tanto risalto hanno avuto da parte dei media, la sostanza di quanto avvenuto all’indomani della consultazione referendaria, dice tutt’altra cosa.

Il nuovo Governo, presieduto da Gentiloni è la fotocopia di quello di Renzi, con l’aggravante che Marie Elena Boschi, la principale responsabile assieme al rottamatore di Pontassieve, di quell’inqualificabile guazzabuglio con velleità autoritarie che volevano far passare come riforma costituzionale e che il popolo italiano ha rispedito al mittente, è stata promossa alla carica di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (in pratica vicepresidente). Le recenti mosse del neo Presidente per svincolarsi dall’influenza del Giglio magico (come la bocciatura di due nomine proposte dalla Boschi per ruoli di collaboratore a Palazzo Chigi) rischiano di essere un fuoco di paglia privo di reale efficacia.

E all’interno del PD è andata ancora peggio, dal momento che Renzi non ha fatto nemmeno finta di fare un passo indietro, ed è rimasto ancorato alla poltrona assieme ai suoi fedelissimi. Continuerà a comandare il Partito e, attraverso quello (ma probabilmente anche più direttamente) Gentiloni ed il suo Esecutivo.

Questa situazione rappresenta il manifesto della concezione che questi signori hanno della politica e della volontà dei cittadini.

Dell’opinione degli italiani non gliene frega nulla, ed intendono rimanere al loro posto fino alle elezioni del 2018, assicurandosi il tempo di approvare una legge elettorale che consenta loro di mantenere il potere anche dopo.

Gli unici che hanno realmente il potere di relegare Renzi e renziani fuori dalle stanze del potere, impedendo loro di fare danni, sono i cittadini italiani, che devono riprendere a partecipare alla vita politica del Paese e indirizzarlo finalmente verso un cambiamento che assicuri diritti e benessere a tutti. 

Una prima occasione, sarà il prossimo referendum per l’abolizione del Jobs Act, di cui il PD ha paura come della peste.

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